( articolo tratto da American Psychological Association,a cura di Tori De Angelis, 2013 tradotto e integrato da Simonetta Betti )

A molti psicologi è capitato di vedere pazienti che sono sofferenti e preoccupati a causa di sintomi fisici per i quali non è stata trovata una chiara origine organica, come mal di testa cronici, dolori addominali, cattiva digestione, palpitazioni, stanchezza cronica o, semplicemente, non sentirsi bene.

Si tratta di un problema di difficile soluzione: come tecnici della mente ci dobbiamo preoccupare di una possibile condizione medica sottostante i sintomi o dovremmo invece pensare a predisporre un intervento mirato a seguito della diagnosi di disturbo somatico con origini psicologiche?

I sintomi che non hanno una spiegazione organica sono molto diffusi, spesso ricorrenti e vengono etichettati come “psicosomatici”, rappresentano circa 1/3 dei sintomi portati al medico di base. Secondo M. Sharpe, psichiatra dell’Università di Oxford, si tratta di una distinzione poco adeguata che distingue ciò che i medici identificano come “fisico” e quindi “vero” e ciò che è “mentale” e che si pensa sia “immaginario”. Sarebbe invece sensato, afferma Sharpe, costruire una migliore integrazione e comprensione che tenga insieme le nostre componenti fisiche e psicologiche.
Secondo i due psicologi Galper e Donelas non è necessario verificare la presenza di dolore nel paziente attraverso un’indagine strumentale, basta vedere quanto soffre o come è in balia di costante stanchezza per comprendere quanto sia intenso il suo stare male. Nella mia pratica clinica ho constatato come le conseguenze di questi disturbi senza diagnosi sono molteplici e vanno dallo stato d’ansia allo stato depressivo, al ritiro dalla vita sociale, al sentirsi soli ed incompresi. In tal modo si crea un circolo vizioso che non fa altro che alimentare lo stato di malattia.
Quale terapia? Lo psicoanalista Balint parlava di farmaco/medico investendo la figura del curante della capacità di ascoltare, comprendere e stare dalla parte del paziente con empatia e flessibilità mentale, senza svalutare le sue sofferenze. L’aiuto psicologico, in accordo con il medico, può risultare utile, specie la Terapia Cognitivo Comportamentale, talora integrata dalla Ipnoterapia, e la Mindfulness.

Come psicologo – scrive Dornelas – mi occupo da molto tempo di questa tipologia di problemi e sono solito dire ai miei pazienti che posso aiutarli ad affrontare la sofferenza, in modo che sentano accanto a sé qualcuno. Aggiungo anche che il mio compito è quello di preservare una dignitosa qualità di vita , utilizzando le loro risorse per mantenere un costante contatto con il “qui ed ora”, invece che continuare a vagare alla ricerca di una diagnosi che potrebbe o forse non potrebbe essere mai fatta